In “Mare Fuori” è una camorrista, ma questo ruolo è solo uno tra i tantissimi interpretati da Pia Lanciotti, icona dai mille volti che si divide tra treatro, televisione e cinema.

Chi conosce Pia Lanciotti sarà abituato a quell’idea di teatro come catarsi, visiva e spirituale, in cui la narrativa lascia spazio alle suggestioni. La sua voce, unita a un miagolio quasi impercettibile, corre lungo il cavo telefonico e risuona arrivando dritta al mio orecchio. Mi cattura e affascina. Pause, respiri, brevi silenzi. Anni di teatro che risuonano di parola in parola. Accanto a lei gli inseparabili gatti, Marvel e Shanti, due creature che colorano le sue giornate. Alla parola “femminilità” preferisce il “femminile”, «istanza onnicomprensiva del cosmo» come lei stessa dice. Ed è impossibile non rimanere incantati dalla sua originalità espressiva. Una lunga chiacchierata la nostra, in cui l’attrice lascia il posto alla donna e racconta, tra presente e passato, il suo futuro, al quale guarda con grande gioia e consapevolezza.
Ha preso il via la quinta stagione di Mare Fuori, la serie TV in cui interpreta l’iconica Donna Wanda Di Salvo, un personaggio affascinante, una donna piena di luci ed ombre. Ci sono degli aspetti della personalità di questo personaggio in cui si è identificata e che ha voluto far emergere?
É un personaggio pieno di luci e ombre, dal temperamento forte e travolgente. Rispettato e temuto. Donna Wanda è una donna che ha sempre cercato di proteggere Carmine, quel figlio con cui ha un rapporto quasi viscerale. Proprio nella quarta stagione lei stessa dice di essere diventata un animale per non essere come quelli che l’hanno cresciuta. Ma è anche vero che sono le circostanze, oltre alla natura, a fare l’essere umano, insieme alla sua storia. Chissà se in circostanze analoghe, cioè in un sistema che ti stritola e che non ti fa uscire come invece ha fatto suo figlio, io avrei fatto lo stesso. Per cui credo che sia importante scandagliare e scoprire le ragioni profonde che spingono un essere umano a fare quello che fa e a essere quello che è. Per cui ti dico, quel tipo di forza lì ce l’ho, ma non ho quell’assenza di scrupoli apparente che lei ha. Ma probabilmente ce l’avrei se mi trovassi in quelle circostanze.

Che evoluzione avrà questo personaggio in questa nuova stagione?
La quarta stagione di Mare Fuori è finita con lei in prigione, e ci resterà per qualche puntata. Credo che questo dipenda dal fatto che la scrittura non è riuscita a svincolarsi dalla presenza di Carmine, che ovviamente non c’è, e quindi hanno trovato un modo per farla rimanere in carcere. Non posso parlare della sua evoluzione perché devono ancora uscire delle puntate. Però l’entrata in scena di un nuovo personaggio sarà fondamentale perché, in modo sempre apparente, o forse no, occuperà il posto o proverà a lenire il dolore per la perdita o l’assenza di suo figlio, diventando un figlio forse.
É lei a scegliere il copione o il copione a sceglierla?
Esistono delle linee di attrazione tra i personaggi che arrivano e gli attori che sono chiamati a interpretarli in certi momenti della loro vita. A me è capitato di fare, o meglio di affrontare, anche se non in maniera ufficiale entrambe le volte, uno stesso personaggio in tempi diversi della mia vita. E posso dire che cambia tutto. Cambia come vedi il testo, la storia, l’obiettivo che quel personaggio si dà all’interno della sua vicenda. Mi sento di poter dire che il mestiere che facciamo, se fatto in un certo modo, oltre ad essere di grande scoperta, è anche una possibile evoluzione del sé profondo.
Lei ha lavorato con tantissimi registi. Ce n’è uno che ricorda particolarmente, a cui è molto legata?
Senza dubbio Eimuntas Nekrošius. Era un regista lituano che è morto qualche anno fa e con cui, insieme a Fausto Russolesi, che è un attore strepitoso, abbiamo fatto Il Gabbiano di Anton Čechov. Allora avevo 29 anni e interpretavo una donna di 45. Facevo la madre di Fausto. Era un grande personaggio e devo dire che la vita che abbiamo vissuto insieme a questo regista, insieme agli altri attori, insieme a quel testo, è stata impareggiabile. E non posso non citare Eimuntas Nekrošius.
Poi, devo dire, è stata un’esperienza fantasmagorica anche quella con Peter Stein, che è un regista tedesco straordinario, con cui ci siamo avventurati in uno spettacolo di dodici ore e l’abbiamo portato in giro per il mondo; era su I Demoni di Fëdor Dostoevskij. E anche Claudio Tolcashir, che è un argentino, con cui abbiamo fatto qualche anno fa Emilia, un altro testo bellissimo scritto da lui. Altra esperienza meravigliosa, piena d’amore.
Cosa l’ha avvicinata al teatro?
Già a quattro anni volevo fare l’attrice perché guardavo le commedie musicali americane alla televisione. Quindi volevo diventare come Cyd Charisse o Leslie Caron. E quando andai a scuola di danza a sei anni, invece di vedermi vestita come una ballerina del Moulin Rouge mi sono trovata con le tutine e calze di filanca. Alla fine ho fatto danza per dodici anni. É stata proprio la mia insegnante, conoscendo la mia passione per la recitazione, a spingermi a iscrivermi al bando del piccolo teatro di Milano per partecipare a una nuova scuola diretta da Giorgio Strehler. E ho cominciato così. E poi ovviamente è un tale amore, una tale costruzione di tutto, della vita, che non puoi più farne a meno.
Infatti a settembre la vedremo in Le libere donne di Michele Soavi, un’opera ambientata in un manicomio, tratta dal libro scritto da Mario Tobino, dove lei interpreta un ruolo molto forte.
É un gruppo di matte, di donne, siamo credo sei, attorno alle quali si crea una storia. Il mio personaggio all’inizio doveva essere un’ex maestra finita in manicomio per aver urlato in classe che il duce era matto. Ma con questa storia si faticava a creare delle possibilità di apertura all’interno di tutta la vicenda. E Michele Soavi, che è un regista devo dire di una sensibilità straordinaria, un grande intuito e una enorme delicatezza, sapendo che a me piace cantare, ha deciso di trasformare il mio personaggio in un’ex cantante d’opera. E questo ovviamente dal punto di vista anche interpretativo ha permesso delle invenzioni gratificanti, molto efficaci per la messa in scena.
Lei riesce a passare dal ruolo della donna camorrista in Mare Fuori all’avvocato nel Circeo alla madre di Ettore in Semidei. Una, nessuna e centomila, direbbe Pirandello. Considerando che nella sua carriera ha interpretato molte tipologie diverse di donna, mi dà una definizione di femminilità?
Più che di femminilità parlerei di femminile. Perché la femminilità può essere identificata con la sinuosità, con l’acqua del mare, con l’onda del mare. Il femminile, invece, è un’istanza onnicomprensiva del cosmo. Il femminile contiene tutto. L’energia femminile è in ogni essere umano e in ogni evento in quanto le energie sono maschili e femminili. L’energia propulsiva, che fa, che divide, che calcola, è quella maschile. L’energia che contiene, che armonizza, che ammanta, che ispira è l’energia femminile. Mi piace pensarla come un grido d’amore del cosmo. Anche perché, se ci pensi bene, uno grida quando c’è una disfunzione. E in questo momento nel mondo c’è una disfunzione. C’è la guerra, e invece di inneggiare a tutto ciò che è pace, diplomazia, accordo e armonia vogliono la guerra. Armonia tra l’altro era la figlia di Ares ed Afrodite. Per cui armonia in realtà non è solo una cosa morbida, è anche qualcosa che per essere, per suonare, ha necessità anche di una parte più ruvida; però è un accordo tra le due parti, tra le due energie. Forse è questo quello che dovremmo inseguire.

Lei ha interpretato tante volte il ruolo della madre. È una casualità?
Il maestro Shifu, in Kung Fu Panda diceva: “Il caso non esiste”. Infatti non esiste. Io non ho figli e non ho mai pensato di averne, non ho mai sentito questa necessità, anche se amo i bambini. Forse l’istinto di maternità lo sto vivendo adesso con i miei gatti, perché tenerli significa responsabilità, accudimento. Però, mi sono trovata sempre, fin da ragazzina, a interpretare ruoli da adulta; già a diciannove anni a scuola interpretavo Arkadina ne Il Gabbiano. Ho sempre portato in scena madri controverse.
Al cinema ha esordito con il film L’estate d’inverno, che le è anche valso il premio come migliore attrice al festival internazionale del cinema di Parigi e al festival Maremetraggio. Ricorda il suo esordio in questo mondo?
Iniziò tutto con una caduta rocambolesca dalle scale mobili che mi spinse a restare a casa per un’intera settimana. Lessi così un libro che mi piacque enormemente. Si chiamava Il Vangelo del Giovane Giovanni, scritto da Igor Sibaldi. Con grande stupore scoprii che l’autore era un traduttore e che aveva cominciato un percorso autentico e personalissimo nel mondo della spiritualità e degli invisibili. Lo incontrai e diventammo amici. Mi disse che suo figlio Davide voleva fare il regista. Allora era molto giovane, aveva circa 17 anni. Successivamente Davide iniziò a scrivere questo film. Mi chiese di suggerirgli dei nomi per la protagonista ma nessuno di questi gli andava bene. Un anno dopo, a sceneggiatura completamente mutata, mi chiese di essere la sua protagonista e accettai. Questa fu la mia primissima esperienza al cinema e devo dire che fu estremamente divertente, perché girammo il film in otto giorni in un albergo.
Ma lei che rapporto ha col cinema?
Ho fatto tante altre cose, però devo dire che quello che mi manca è raccontare una grande storia al cinema, cioè fare il cinema vero. Le mie, alla fine, sono state solo incursioni.
Ma ha anche lavorato nell’opera prima di Neri Marconé, dove ha interpretato la madre del protagonista.
Ti devo dire la verità, mi ha molto sorpreso il film di Neri, perché c’è una grazia, una sapienza, è una storia così delicata ed è tutto così ben armonizzato, che è stato bello parteciparvi, anche se appena appena; però mi è piaciuto.
Ma c’è un ruolo che vorrebbe interpretare e che ancora non le hanno proposto?
Al cinema sarebbe bello raccontare delle storie grandi, profonde, con personaggi capienti, come quelli delle tragedie greche, dei grandi romanzi. Questi sono i personaggi che secondo me dovremmo raccontare e sarebbe bello raccontare. A teatro mi piacerebbe fare qualche tragedia di Shakespeare.
Ritornando alle serie Tv, Mare fuori, Sopravvissuti, Noi siamo leggende, hanno tutte un nome comune, quello di Carmine Elia, il regista con cui ha lavorato più volte. Che rapporto si è instaurato tra voi?
Carmine è una persona che io stimo molto, è un gran lavoratore, ha un grande intuito. Fa questo lavoro in una maniera non esibita, è una persona con pochi fronzoli, anzi non ne ha per nulla ed è capace di grandi ispirazioni. Però credo che la sua cifra reale la stia custodendo per un’opera che gli somigli completamente. Mi piace molto lavorare con lui, abbiamo un bel rapporto professionale e ci vogliamo bene. Del resto sono ormai millenni che lo conosco!
E se dicessi Beautiful Imperfection?
Ho trascorso due giorni a Venezia meravigliosi. Del resto, il regista di Beautiful Imperfection è un uomo delicatissimo, gentilissimo. Il set era silenziosissimo, c’erano tante donne, e il clima era armonico.
In questo film recita in inglese, lingua che parla perfettamente insieme al francese. Non è riduttivo quindi lavorare solo in Italia?
Sì, probabilmente hai ragione. In realtà mi piacerebbe tanto, ma forse mi manca un po’ il coraggio, anche se ho avuto la grande fortuna di incontrare una donna straordinaria, Ivana Chubbuck una coach d’attori straordinaria. Siamo diventate molto amiche, c’è qualcosa che ci ha unito in maniera inequivocabile una decina di anni fa. Fu lei a propormi di lasciare l’Italia. E poi la vita mi ha lasciato qua… Ma io non demordo, so che prima o poi arriverà, del resto quando le cose devono accadere, accadono.
Ma come si fa a passare dal teatro alle serie tv?
Questa è una cosa che mi sono sempre domandata, perché sono due cose completamente diverse, sia per i tempi che per le storie e le atmosfere. La cosa che secondo me al momento manca nella maggior parte dei progetti in televisione è la grande scrittura che c’è nel teatro, cioè la possibilità di raccontare dei personaggi a più dimensioni. Noi siamo esseri multidimensionali, non possiamo raccontare delle creature con un solo colore. Inoltre, credo che esista un modo di recitare bene e male. Certo, nel recitare a teatro, piuttosto che davanti a una macchina da presa, non cambia la sostanza, cambia la forma con cui questa sostanza viene offerta. A teatro devi essere tutto più grande: la tua voce, il corpo, lo sguardo, ma non devi mai perdere l’autenticità, cosa che spesso si rischia di fare. La telecamera o la macchina da presa miniaturizza, quindi tutta quell’autenticità, tutta quella densità è da racchiudere in un chicco di riso. E lì è lo sforzo. Insomma, è una questione proprio di coordinate dello spazio dentro e fuori. Per dentro intendo proprio di anima che deve adattarsi, di sguardo. D’altro canto, quando invece sei davanti la macchina da presa, lo sguardo non può danzare per il cosmo ma deve essere dritto come un laser. L’articolazione della bocca non può essere gigantesca perché sennò sembri Joker. E quindi è un po’ tutto così.

Adesso è a Genova per lo spettacolo teatrale Equus.
È un testo di Peter Schaffer del 1973. Il regista si chiama Carlo Sciaccaluga ed è il figlio di Marco Sciaccaluga che ha messo in scena questo testo nel 1975. Credo che sia un atto d’amore del figlio verso il padre, ma secondo me è anche un atto magico di separazione da qualcosa. Il testo è bello. E qui io faccio la madre di Alan, un ragazzo che crede di essere un centauro.
Qual è il personaggio delle opere di Shakespeare che vorrebbe fortemente interpretare?
Cleopatra.
Perché?
Perché c’è una frase che mi ha sempre colpito. É dura fatica tenersi tale frivolezza così vicina al cuore, come fa Cleopatra. Qualcuno dice che lei fosse una regina capricciosa, intemperante. Invece io credo che questo personaggio abbia realmente un’emotività talmente potente che stare con lei è come fare un viaggio sulle montagne russe. E difficile da gestire. Amore, odio, guerra, potere, abuso di potere, paura, vendetta. Insomma, sono delle cose, delle caratteristiche così grandi che squassano il cuore. Sarebbe bello fare uno spettacolo su questo amore così straordinario, così fuori dalle coordinate ordinarie.
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