Chiesa torna con un film intimo, appassionato. Un vero e proprio mistero. La storia di due donne unite da un filo sottile, indissolubile.

“A mensh trakht un Gott lakht” espressione yiddish che significa “L’uomo progetta e Dio ride”.
Per amore di una donna è il titolo dell’ultimo film di Guido Chiesa, vincitore del premio per il miglior film del concorso “Per il Cinema Italiano” del Bif&st 2025 diretto da Oscar Iarussi. Il film, prodotto da Colorado Film Production e Vivo Film insieme a Rai Cinema, uscirà nelle sale il prossimo 29 maggio 2025 per Fandango.
La trama del film
Esther Horwitz (Mili Avital) è un’inquieta quarantenne americana, nata in Israele, che ha da poco perso la madre. Quest’ultima le lascia una lettera d’addio nella quale le chiede di rintracciare una donna che ha vissuto in Palestina negli anni Trenta, custode di un segreto legato alla sua storia. Insieme alla lettera le lascia un medaglione e una foto strappata a metà. Giunta in Israele, Esther rintraccia Zayde Rabinovich (Ori Pfeffer), figlio della donna che lei cerca, un professore dal passato difficile che l’aiuterà nelle sue ricerche. Le loro indagini svelano lentamente la storia della misteriosa Jehudit Salomon (Ana Ularu), una donna che arriva in un piccolo villaggio agricolo in Palestina negli anni ’30 attirando subito l’attenzione di tre uomini: Moshe Rabinovitch, (Alban Ukaj) il contadino vedovo che la ospita, Globerman (Serhii Kysil), un rozzo commerciante di bestiame, e l’allevatore di canarini Yaakov Scheinfeld (Marc Rissmann). Quando Jehudit dà alla luce Zayde, tutti e tre i corteggiatori considerano il bambino loro figlio e le loro storie interconnesse vengono gradualmente rivelate. Mentre gli avvenimenti tra passato e presente si intrecciano, Esther e Zayde scopriranno una verità sconvolgente che riguarderà le proprie vite.

Una storia nella storia
Il film prende spunto dal romanzo The Loves Of Judith di Meir Shalev, uno dei massimi esponenti della letteratura israeliana del ‘900. La vicenda si muove con la straordinaria e naturale autorità di un fiume. Le parole diventano vortici travolgenti. Gli eventi che danno vita alla storia vengono rivelati nel corso di un periodo lungo quarant’anni. Personaggi particolari e inaspettati attraversano la storia di Judith. C’è Jaakov con i suoi canarini, il rude e bisbetico commerciante Globerman; Moshe, il vedovo silenzioso che accoglie la donna in casa e si prende cura di lei, e un bizzarro prigioniero di guerra italiano che, usando il suo talento per imitare gli altri, convince l’intero villaggio di essere un ebreo della Galilea. In tutte queste storie che si intrecciano, ci sono alcuni elementi che il regista mescola sapientemente: amore e perdita, dolore e rimpianto, speranza e destino.
Due piani temporali, due storie diverse
Guido Chiesa è molto abile nell’agire su due piani temporali raccontando due storie diverse che poi si intrecciano e si fondono, in cui l’uso dei colori, di lingue e di stili differenti, rende pienamente questa divisione. La parte relativa agli anni ’30 è infatti raccontata con colori vividi, vivaci, sgargianti. Ci sono meno inquadrature e parecchi piani in sequenza. A differenza degli anni ’70 che appaiono quasi decolorati, con le tonalità del grigio e del marrone nei vestiti. Anche il montaggio è più nervoso, frenetico, con inquadrature volutamente sbilanciate.
L’uso del flashback è misurato e permette di seguire la storia senza perdersi. Esther, il personaggio creato dalla sceneggiatrice, Nicoletta Micheli, insieme al regista, diventa un elemento chiave perché permette di introdurre quell’indagine che rende il film accattivante e appassionante fino al colpo di scena finale.

Perfette le protagoniste: l’americana Esther, emancipata, intraprendente, a tratti anche spavalda e Jehudit, la donna dal passato oscuro. Ruoli interpretati magistralmente dalle due attrici protagoniste, Mili Avital e Ana Ularu, perfettamente a loro agio nelle loro parti. Ma anche la componente maschile non è da meno: i tre padri divertono e danno quel tocco di leggerezza che serve al film. Per amore di una donna diventa così anche uno sguardo sull’uomo.
Chiesa esce dalla sua comfort zone per esplorare un territorio nuovo, inedito. Ci regala un film che non è storico e non è nemmeno una commedia. Ma una toccante e intima storia che elabora lucidamente il funzionamento dell’amore e del destino. Un po’ come l’espressione jiddish A mensh trakht un Gott lakht. E nonostante la storia sia tragic, il regista non si perde in drammi ulteriori. Ci regala anzi un messaggio di speranza con un lieto fine che, anche se apparente, scalda i cuori e regala un sorriso che rimane, un po’ quello di Jehudit. Indipendente, libera, ma anche così fragile.
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