Guido Chiesa: ‘Nel mio ultimo film racconto una storia di amore e speranza’

Tra passato e presente, il regista torinese Guido Chiesa porta sul grande schermo con ‘Per amore di una donna’ una storia diversa, un racconto sulla ricerca della verità, tratto dal romanzo ‘The loves of Judith’ dell’israeliano Meir Shalev.

Uno va lontano per poi capire che deve tornare indietro per affrontare i propri fantasmi e sconfiggerli”. Mentre lo dice la sua voce è pacata. Alle mie domande risponde con calma, dosando bene le parole. Perché Guido Chiesa è uno che con le parole ci lavora da sempre. Regista, sceneggiatore, saggista. I suoi lavori hanno tutti una cifra comune: l’emozione. Il suo esordio nel 1991 con il film Il caso Martello, a cui è seguita la scelta coraggiosa di tradurre in immagini Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. E poi il passaggio alle commedie. E adesso, con una consapevolezza tutta nuova, Chiesa torna sul grande schermo con un film completamente diverso da quelli a cui ci ha abituato finora. Un film sulla verità, che nasce dalla fascinazione per il romanzo di Meir Shalev e ne diventa spunto per una storia che appassiona e travolge fino alla fine, come lui stesso racconta in questa intervista.

Il film Per amore di una donna prende spunto dall’omonimo libro di Meir Shalev, ed è un suggestivo viaggio sul filo dei ricordi. Lei parte dal romanzo e, introducendo un personaggio completamente nuovo, Esther, inizia il racconto…

Nel romanzo di Meir Shalev tutta la storia è raccontata da un punto di vista maschile, quello di Zayde. A un certo punto del libro lui racconta che Yehudit, una donna che aveva vissuto negli anni ’30, aveva avuto una bambina e che le era stata portata via, in maniera violenta, dal marito. E forse poteva essere questa la ragione per cui questa donna urlava tutte le notti. È stato allora che mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se questa bambina, un giorno, avesse ricevuto una lettera, lasciata per lei dalla madre morta. Una lettera che le raccontava una realtà che aveva sempre ignorato.

Inizialmente è stato un espediente per rendere la narrazione più intensa, intrigante, perché alla fine non fai altro che introdurre un’indagine. Poi, col tempo, ci siamo accorti che questo personaggio poteva essere lo sguardo dello spettatore e, di conseguenza, anche il nostro dentro un mondo che non conoscevamo.

Perché, al di là della fascinazione per il libro di Shalev, io non ero mai stato in Israele e non ero cultore né della società, né della cultura ebraica. Poi Nicoletta Micheli, che ha scritto il film, ha cominciato a studiarne la storia e ci siamo trovati di fronte a delle verità sorprendenti.

In queste comunità in cui arrivavano le persone che lasciavano l’Europa per ragioni di persecuzioni, c’era un rapporto uomo-donna molto diverso. C’era una grande solidarietà fra di loro, si aiutavano tantissimo. I Kibbutz erano tutti d’ispirazione socialista. Abbiamo scoperto di trovarci di fronte a un mondo diverso da quello che avevamo immaginato, dove la religione non c’entrava nulla. Quella gente non si sentiva ebrea in quanto a cultura religiosa, ma in quanto a storia e cultura ebraica. Infine è diventata per noi la ragione che ha trasceso la storia stessa del film, anche se poi nel film è profondamente incarnata. La nostra protagonista deve fare un viaggio per scoprire una verità, così come Zayde. Un lungo viaggio dentro loro stessi. Ed è proprio la verità a renderli liberi e capaci di amare. Quindi, quello che all’inizio è un esperiente narrativo, è diventato poi un vero e proprio sguardo su quel mondo.

Guido Chiesa racconta il suo ultimo film 'Per amore di una donna' tratto dal romanzo dello scrittore Meir Shalov

Quindi per questo l’ha definito un film che non è politico, ma che ha un valore altamente politico?

Esattamente. Credo che farebbe bene a tutti interrogarsi su se stessi e sulla propria storia. Poi c’è un altro aspetto. La storia inizia nel ‘48. Io ho ambientato il film nel 1978, ho scelto quell’anno perché ci fu l’accordo di Camp David, che segnò la fine dell’ostilità fra Egitto e Israele. Dal ‘48 al ‘78 ci sono state cinque guerre. Quindi, è un conflitto che continua. La storia di Israele è segnata da lutti, guerre, così come la storia dei Palestinesi.

Però in tutti questi anni la gente non ha mai smesso di innamorarsi, di fare figli, di costruire famiglie. Non ha mai smesso di vivere. E penso che sia molto politico dirlo perché ci concentriamo sempre più sulle ragioni del conflitto che sulle ragioni per vivere. E vivere vuol dire anche vivere in pace.

Prima mi parlava di verità. Cos’è per lei la verità?

La verità è rendersi conto che non siamo autonomi, indipendenti dagli altri e anche da qualcosa che ci trascende. Non siamo completamente padroni di noi stessi, delle nostre vite, dei nostri progetti, dei nostri piani. Crediamo di esserlo, e invece siamo, tanto per cominciare, mortali. Scompariremo, verremo dimenticati. La stragrande maggioranza degli esseri umani sarà completamente dimenticata. Ci ricorderemo di pochissimi di loro. E magari solo delle nefandezze che hanno compiuto, come nel caso di Hitler. Non siamo soli, abbiamo bisogno degli altri. Siamo sempre in relazione con gli altri. E non solo a livello familiare.

E questa relazione può essere conflittuale oppure si può cercare la pace, la collaborazione, il dialogo, che poi sono tutte forme diverse di amore. Il film poi, se ci pensi, è proprio un discorso sull’amore.

Sia nel film che nel romanzo, accanto a Yehudit ci sono tre uomini, tre padri dello stesso figlio, tutti con caratteristiche diverse: il sognatore, il commerciante e il saggio.

Esatto. C’è Yaakov, il romantico. Quello che pensa all’amore come sentimento, poesia, sogno. Globerman invece, il commerciante, la corteggia pensando a lei come un oggetto che si può comprare con i soldi, promettendole una vita migliore. Il terzo, Moche, fa le cose che vanno fatte: le fa il marciapiele, non le fa domande sul suo passato o sul perché urli la notte. E alla fine lei sceglie lui perché è reale, la comprende e la ama. Quello è il modo di amare. Alla fine l’amore non è fatto solo di belle parole o Baci Perugina. Amare è esserci per l’altro, accettarlo, aiutarlo se chiede, ascoltarlo.

Le due protagoniste, sia Yehudit che Esther, sono due donne così lontane, perché appartengono ad epoche diverse, però al contempo sono anche molto simili. 

Tutto merito della sceneggiatrice. Vedi, nel romanzo siamo di fronte a un racconto molto maschile, perché è fatto da Zayde, e anche se poi la protagonista è Yehudit, lui racconta molto della sua vita e del suo rapporto con Yaacov. Noi, invece, abbiamo cambiato prospettiva. Nicoletta ha immaginato delle cose, soprattutto nel comportamento di Esther, che io da uomo non sarei mai riuscito ad immaginare, perché non ho quella sensibilità femminile. Soprattutto non avrei mai potuto creare questo personaggio, ovvero una donna di 45 anni che non riesce ad avere una relazione perché è stata tradita dal marito. E il trauma che questa donna nasconde e che non ricorda, viene fuori lentamente. Perché essere portati via dalla propria madre a due anni, soprattutto in quel modo, è qualcosa che ti segna, ti trasforma. Quindi posso dirti che queste due donne appartengono solo a Nicoletta e ci sono parti di lei.

Quali difficoltà ha riscontrato nel girare questo film?

La difficoltà principale è stata costruire il villaggio: è stata una lunga ricerca. Alla fine abbiamo trovato questo villaggio costruito negli anni ’50 da una riforma agraria in Sicilia, che si prestava bene perché c’era il tipo di case che venivano costruite all’epoca, molto basiche. Era un villaggio senza chiesa, senza piazza, senza municipio, che invece sono cose molto italiane. In pratica abbiamo trovato un villaggio di pure casette messe in fila per i contadini a cui venivano affidate le terre tolte ai vecchi possedenti. Dal punto di vista produttivo quindi questo è stato il lavoro più difficile.

Dal mio punto di vista, invece, la cosa più difficile è stata la ricerca del cast che è durata tantissimo, perché volevo che a interpretare i coloni fossero degli attori dei paesi dell’Est, perché provenivano tutti da questi paesi, principalmente dall’ex Russia, Polonia, Romania, Germania. Sono scappati durante lo zarismo, durante lo stalinismo, sono scappati dalla Germania e dai paesi dell’Est. Il casting è stato molto lungo e anche impegnativo, però molto affascinante.

Sul come girarlo avevo invece le idee molto chiare sin dall’inizio, perché il racconto è quello che fa Zayde: è lui che racconta il passato, vive un po’ con un’idea ben precisa, idealizza il suo passato e non si pone il problema di essere nato con tre padri. Sarà poi Esther a portarlo a ragionare sul fatto che non è normale crescere con tre padri.

Guido Chiesa racconta il suo ultimo film 'Per amore di una donna' tratto dal romanzo dello scrittore Meir Shalov

In questo film c’è una sovrapposizione temporale, i due binari narrativi che porta avanti raccontano due storie diverse che però si intrecciano, e questa separazione è resa più efficace dall’uso di colori. 

Volevo che il passato fosse rappresentato in maniera più solare, con colori più vivi, sgargianti, con meno inquadrature e parecchi piani in sequenza. Parallelamente volevo che gli anni ’70 invece fossero decolorati, nelle tonalità del grigio e del marrone e anche il montaggio fosse più nervoso, frenetico. Talvolta c’erano inquadrature anche sbilanciate. Poi si va avanti e le parti si invertono: gli anni ’30 diventano decolorati nella scena del rapimento della bambina. Perché quel passato che sembrava così idealizzato nasconde un tragico episodio di violenza. E gli anni ’70 invece si colorano nel momento in cui i due protagonisti scoprono quell’amore che li salva.

Lei, al contrario di molti registi italiani, ha iniziato andando in America. Era innamorato del sogno americano?

Ci sono tanti fattori, uno è sicuramente che mi piaceva molto l’America, la cultura americana soprattutto. Quando ho deciso di andare pensavo di restare negli States solo in estate e alla fine, invece, sono rimasto sette anni. C’era ovviamente il fattore della fascinazione. Il fatto è che uno deve andarsene lontano da casa per poi tornare, facendo inizialmente molti lavori sulla resistenza, che era quanto di più vicino invece alla mia storia, in quanto sono piemontese, con una parte della famiglia che veniva dalle langhe.

Alla fine, se ci pensi è così: uno va lontano per poi capire che deve tornare indietro per affrontare i propri fantasmi e sconfiggerli. Un po’ come nel film.

Ma senta, c’è una storia che ancora non ha raccontato e che le piacerebbe raccontare, che magari custodisce nel cassetto?

Custodisco nel cassetto varie storie e non c’è nessuna che desidero più di altre. O meglio, ce ne sono alcune che sono veramente sogni nel cassetto, che però è giusto che restino lì, anche perché se non si sono ancora avverate probabilmente è perché devono ancora maturare.

Lei racconta storie capaci sia di emozionare che di far riflettere. Nel caso di quest’ultimo film, c’è un passaggio finale, che poi è l’ultima scena, in cui, nonostante la storia finisca in maniera tragica, in qualche modo lascia un messaggio di speranza, perché l’albero che cade in realtà non uccide Yehudit e lei continua felice a vivere. Quindi crede nel lieto fine?

Prima di tutto credo nella speranza, che è necessaria, sempre. Poi c’è da dire che in realtà Yehudit vive nei suoi figli. Un po’ come le nostre madri, i nostri genitori vivono in noi. Delle volte possono vivere male per quello che ci hanno fatto, delle volte invece possono vivere anche per il bene. Nel film, quando i due protagonisti arrivano alla verità e tutte i veli cadono, in quel momento lì, Yehudit vive dentro di loro. Anche quando Esther scopre la verità sulla sua vera madre, una donna che l’ha amata per tutta la vita così tanto che quando è nato l’altro figlio ha preferito dirgli che aveva tre padri in modo che, di fatto, nessuno potesse essere il padre e potesse portarglielo via come invece era accaduto con la figlia. Quindi c’è tanta speranza, non è solo un semplice lieto fine.

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